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La Falanghina perfetta da lasciar «maturare» in cantina

Il fascino dell’annata e dell’affinamento in botte non vale solo per i grandi rossi, che accrescono il loro appeal ed eleganza; nel mondo nel vino ci sono «esemplari» anche che acquistano charme, valore e soprattutto gusto con il trascorrere degli anni.

È un fatto noto per i grandi rossi, molto meno invece per i vini bianchi fermi: è infatti radicata la convinzione che i bianchi italiani debbano essere bevuti giovani, per conservare la freschezza e aromi immediati. Per molte etichette questo pensiero è corretto, per alcune invece vale la pena di aspettare anche qualche anno, affinché possano arricchirsi di sentori che renderanno il vino più complesso, profondo, evoluto.

Quali sono i vini bianchi capaci di invecchiare bene?

Una buona maturazione dipende da diversi fattori: alcuni vitigni sono più adatti ad affrontare il trascorrere del tempo e migliorano con gli anni, come, per esempio, la Falanghina o la Turbiana.

Contano gli anni delle viti,  minori rese nei vigneti affinché ci sia maggior concentrazione del frutto, la giusta maturazione, escursioni termiche importanti tra giorno e notte, una certa altitudine, il tipo di suolo, un buon livello di alcol, un’acidità elevata ma equilibrata e, infine, pochi ma accurati trattamenti in cantina per preservare le caratteristiche intrinseche di ogni vitigno e molta cura per le fasi di conservazione e di affinamento.

Un esempio luminoso viene da Paternoster Vulcanico, dove il tufo del Vulture mette in evidenza tutto ciò che sa fare. La matrice del suolo conferisce infatti a questa Falanghina una nota chiara e decisa, che poi si accresce verso una personalità ancora più spiccata ed unica, esattamente come sottolineato dalla cultura narrativa degli esperti.  A queste caratteristiche aggiungiamo la ben nota proprietà di essere fra i bianchi più predisposti all’”invecchiamento”, che proprio nel caso di Paternoster Vulcanico lascia intravedere tempi da record, anche dieci anni e oltre.

«Utilizziamo il ceppo flegreo – sottolinea Fabio Mecca, enologo di Paternosterche abbiamo impiantato nel 2002 su un terreno vulcanico simile a quello campano. Anche il nostro grappolo si presenta con una bella consistenza, spargolo ma con una giusta vigoria. La fondamentale differenza sta nell’altitudine: i nostri vigneti si collocano infatti a circa 600 metri di altezza, quindi più in alto di quelli campani. Le maggiori escursioni termiche influiscono in particolare sulle componenti aromatiche, che nel nostro caso sono molto articolate, rivelando una vitalità ed un’eleganza sorprendenti, soprattutto nelle note terziarie»

Una curiosità: l’idea primaria era stata quella della spumantizzazione con l’Assensi per continuare la tradizione aziendale, considerando che il mosto della Falanghina ha una importante acidità e che con il bilanciamento aromatico del vitigno si ottiene un prodotto notevole.

Dal 2016, con la spinta innovativa della Famiglia Tommasi, si è puntato anche su una versione ferma, selezionando i terreni maggiormente vulcanici e per quello si è dato il nome “Vulcanico” al vino.

«È stata una scelta giusta – continua Fabio Mecca –  in quanto, la matrice del suolo conferisce una nota chiara e decisa che sottolinea la sua provenienza, la nota maggiormente sorprendente è vedere come, le prime annate in bottiglia, aprendole ora conferiscono note di idrocarburi molto nette dando al vino una personalità ancora più spiccata ed unica, i vini sono ancora verticali ed intriganti lasciando intravedere una sorprendente longevità! Da dimenticare in cantina per qualche anno, da 5 a 20, alcune altre oltre. Se resistete…»